Io bombardo da solo
Le prove raccolte dagli Stati Uniti sull’attacco chimico di mercoledì scorso nella periferia di Damasco e rese pubbliche ieri dal segretario di stato, John Kerry, parlano di 1.429 morti, un dato che supera anche le stime più alte fornite dall’opposizione siriana. Le quattro pagine pubblicate dal governo – alle quali vanno aggiunte altre informazioni condivise soltanto con il Congresso, per ragioni di sicurezza – dicono chiaramente che l’attacco con testate chimiche è stato pianificato dall’esercito di Assad, gli uomini del regime hanno preparato tutto nei dettagli e l’aggressione che viola le norme internazionali – anche se la Siria non aderisce alla convenzione sulle armi chimiche – è stata perpetrata seguendo istruzioni specifiche della catena di comando militare.
15 AGO 20

Le prove raccolte dagli Stati Uniti sull’attacco chimico di mercoledì scorso nella periferia di Damasco e rese pubbliche ieri dal segretario di stato, John Kerry, parlano di 1.429 morti, un dato che supera anche le stime più alte fornite dall’opposizione siriana. Le quattro pagine pubblicate dal governo – alle quali vanno aggiunte altre informazioni condivise soltanto con il Congresso, per ragioni di sicurezza – dicono chiaramente che l’attacco con testate chimiche è stato pianificato dall’esercito di Assad, gli uomini del regime hanno preparato tutto nei dettagli e l’aggressione che viola le norme internazionali – anche se la Siria non aderisce alla convenzione sulle armi chimiche – è stata perpetrata seguendo istruzioni specifiche della catena di comando militare. Il messaggio di Kerry è il sigillo definitivo all’intervento militare. Il segretario ha usato il discorso per spiegare agli americani e al mondo alcuni concetti che Barack Obama non può permettersi che sfuggano. Primo: quest’azione non c’entra nulla con l’Iraq. “Non ripeteremo quell’errore”, ha detto Kerry, e la “stanchezza” per le guerre che l’America ha combattuto “non ci solleva dalle nostre responsabilità”. Secondo: la Siria è al centro degli interessi americani, “non è un paese a qualche oceano di distanza”, come ha spiegato, sottolineando che per gli Stati Uniti e i suoi alleati il regime di Assad è una minaccia diretta, prossima. Terzo: l’azione corrisponde a quei “valori universali attorno ai quali abbiamo costruito la nostra società”. Questo il vademecum finale dell’Amministrazione per giustificare l’intervento agli occhi degli isolazionisti e dell’opinione pubblica tutt’altro che interventista. Con una perifrasi in linguaggio diplomatico ha detto che l’indagine dell’Onu sarebbe stata sostanzialmente inutile anche se il regime avesse fatto entrare tempestivamente gli ispettori. Così ha concluso la parte forte del discorso.
La parte debole riguarda senso e portata dell’intervento, che sarà certamente “limitato” e non prevede “boots on the ground”, come ha ripetuto anche Obama, ma ancora non esibisce una strategia chiara. Il senatore repubblicano Lindsey Graham, capofila dei falchi, ha detto con il solito stile abrasivo che “Obama fa sembrare Carter un presidente migliore ogni giorno di più” e lascia, sul filo del paradosso politico, che a fare la parte dell’interventista al Congresso sia l’ultraprogressista Nancy Pelosi. E debole è soprattutto l’elenco degli alleati che formano questa sfilacciata coalizione dei volenterosi: Lega araba, Turchia, Francia e Australia (le assenze contano più delle presenze: la Gran Bretagna di David Cameron, che avrà sentito un gusto amaro quando Kerry ha chiamato la Francia “il nostro più antico alleato” dopo una giornata di sibili velenosi nei corridoi della Casa Bianca; poi la Nato, che non parteciperà). La composizione del team d’intervento costringe Obama ad abbandonare la sua postura naturale in politica estera, quella del leader “from behind” alla perenne ricerca di triangolazioni multilaterali e legittimazioni sopranazionali. Il presidente va da solo.